La Nuova  Sardegna

18 giugno 1999 

Una notte di blues metropolitani Stefano Benni, Paolo Damiani e Paolo Fresu a Quartu in «Sconcerto»
QUARTU. Una corte tra vecchie case campidanesi. Circondata simmetricamente da tetti di tegole spioventi, confinanti a orribili palazzi di cemento con tapparelle che si abbassano, luci che si accendono, gatti che corrono furtivi nella penombra. E un piccolo palco di legno che poggia su un antico selciato di pietre di fiume levigate dall’acqua e dal tempo. Su quel palcoscenico, spoglio ed essenziale, appena due luci tenui illuminano e sfumano i contorni di tre uomini. Uno scrittore e due jazzisti. L’uno e gli altri, personaggi fuori dalle regole e dagli schemi. Poeta e censore satirico dei nostri tempi moderni, il primo, Stefano Benni, amatissimo per quelle pagine di travolgente ironia e pungente attualità scritte in quasi vent’anni di attività, mercoledì al Cantiere Comunale, per proporre nel festival «Q/art» di Palazzo d’Inverno un singolare happening tra letteratura e musica. Con lui due protagonisti dui primo piano del jazz sperimentale e di ricerca, che non disdegna di alternare alle session più «tradizionali», set ai confini con l’elettronica e l’avantgarde. Sono Paolo Damiani e il nostro Paolo Fresu, compagni d’avventura per una sera _ in due esibizioni per via dell’incredibile affluenza del pubblico _ in «Sconcerto». Ossia, versi in libertà tratti da «Blues in sedici», ultima opera dello scrittore emiliano, e musica. Un reading insomma alla maniera anglossassone e non solo. Proprio come avviene nei circoli di poesia dove il poeta legge e dà il giusto ritmo alla sua materia, affine per arte a quella dei suoni e degli accordi. Anche se Benni, poco avvezzo a questo esibirsi, a prima vista potrebbe apparire a disagio nel ruolo di teatrante. Eppure, e qui sta il fascino di questo «Sconcerto», non-concerto e, in fondo, non-reading. Ossia, una performance fatta di parole e suoni liberi, destinati a incontrarsi, a sfiorarsi passando accanto. Trame di quotidianeità metropolitana che Benni legge in controluce. La storia di un padre («Quel padre che oggi Dio mette in coda/ tra i vecchi coi rotoli della carta igienica…») e un figlio («Tu che mi difendesti ruggendo/ tu che vegliavi la mia febbre….Tu che cerchi ancora pane, ancora latte,/ vecchio senza lavoro, ferito, cupo, atzeco senza terra/ come posso dirti che mi inebrio/ di ciò che forse ti uccide»), di un killer e di Teschio, piccolo pusher di città. Storie ai margini di vite perdute. Damiani pizzicca nervosamente le corde del violoncello, sega veloce l’archetto, mentre ritorna circolarmente il tema d’amore, tra variazioni, improvvisazione, blues e canzoni frantumate. Mentre il suono della tromba di Fresu emerge a tratti dal buio come un faro che appare e si perde veloce in una notte di blues.

Walter Porcedda18 giugno 1999 sez.


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